(le scritte in blu corrispondono ad altrettanti collegamenti esterni)
Da ragazzina l’etimologia della parola sarcofago: pietra che mangia la carne mi aveva suscitato una forte repulsione e un grande timore. La connotazione di alcune parole a volte rimane indelebile perché può evocare risonanze individuali e così molti anni più tardi, in un vivaio, restavo di stucco, piegata sopra un delizioso piccolo arbusto per leggerne il nome. Sarcococca!
Chissà chi ha scelto un nome infelice per delle piante tanto graziose.
Sarco, carne. È vero poi che “cocca”, il suffissoide, ha tutt’altra connotazione. In greco Kokkos, granello, quindi bacca carnosa. Ma insomma… la forza dei nomi, delle associazioni, come si fa? Un nome sbagliato per la piccola pianta allegra che sfoggiava incantevoli lucide bacche rosse insieme ai fiori profumatissimi. Colore e profumo nei mesi più avari dell’anno. Una sola delle doti di queste piante basta a far dimenticare il nome ingrato. Per cominciare sono sempreverdi, della famiglia del bosso e ne ricordano le foglie: verde scuro, lucide e coriacee, (la stessa famiglia a cui appartiene la Danae racemosa*, e anche più curiosamente il Ruscus aculeatus*). Non superano di solito l’altezza di un metro e cinquanta centimetri e prosperano anche sotto agli alberi, in terreni diversi. Da me sono all’ombra di un’enorme olea fragrans che certamente si assicura tutta l’acqua disponibile e ne lascia ben poca per chi deve accontentarsi di un suolo piuttosto arido.
Eppure vivono là da anni, insieme alla Vinca Major* e alle Iris Foetidissima*, (spontanee, sempreverdi), vicino al vialetto d’ingresso, invisibili durante tutto l’anno, se non per un occhio attento , fino a quando, un giorno, improvvisamente, uscendo di casa, si resta bloccati col naso in aria, come cani da caccia, per catturare ogni molecola del fragrantissimo profumo che emanano.
Il profumo dei fiori è una maledizione nella benedizione. Meriterebbe un discorso a parte. Ma, tanto per cominciare, non è solo una mia fissazione. Christopher Lloyd (*eng), mentre descrive le qualità della sarcococca, avverte che hanno un delizioso profumo “unless you get too close to them”. Frase che ci autorizza ad immaginarcelo piegato con il naso sui fiori intento ad inspirare il profumo. E ogni volta a ritirarsi scornato nell’impossibilità di afferrarne l’essenza. Una maledizione, appunto, racchiusa in quella paradisiaca benedizione che sono i profumi dei fiori. Quelli della Sarcococca non sono che degli spruzzetti bianchicci, più curiosi che belli, non hanno petali, ma solo stami e pistilli. Eppure cosa emana da lì dentro! Un solo corto rametto profuma una stanza.
La prima che ho avuto è la Ruscifolia*, l’unica con le bacche rosse e la mia preferita. È quella più facilmente identificabile perché tutte le altre hanno le bacche scure come perle di onice nera. Ho imparato a non fidarmi solo delle etichette, a meno che non si acquistino le piante nei vivai seri. Potrei avere quindi l’Humilis* e la Confusa**, ma ci sono anche altre varietà, ugualmente interessanti che meriterebbe coltivare. Un numero di cinque sarebbe perfetto per creare una macchia profumata in un piccolo giardino e occuperebbero poco più di un metro quadrato. Si propagano facilmente per talea.
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