Prima di far entrare un Glicine in giardino bisognerebbe pensarci due volte. Anche se poi, contro ogni ragionevole esitazione, si finisce per piantarlo lo stesso. Sono piante talmente fascinose che le comperiamo in uno stato di minima coscienza, ubriachi anche dal ricordo del profumo e della bellezza che esibiscono nelle fioriture. Eppure sappiamo bene cosa ci aspetta se lo ospiteremo in giardino: un controllo costante, almeno due potature all’anno e lontano da casa, oppure il rischio di litigare coi vicini, recinzioni divelte, tubature otturate, tegole e mattonelle sollevate.
Ho dovuto estirpare un glicine che correva lungo la recinzione della casa di campagna, non piantato da me, che ormai serpeggiava a terra per metri. Impresa riuscita solo in parte perchè con il piccone e la vanga, senza un escavatore, non sono state tolte in profondità alcune radici da cui nasceranno nuovi getti.
Questa pianta esprime bene la forza inarrestabile della natura, molto più potente di qualunque umana presunzione. Lo penso ogni volta che mi capita di vedere i tetti crollati delle case abbandonate: poche immagini ricordano con altrettanta intensità il disfarsi delle opere dell’uomo. E quando dai ruderi si vedono emergere metri e metri della fiammeggiante fioritura di un glicine, mi dico che gli uomini passano e la natura resta sempre. Solitario ed esuberante, indifferente alla scomparsa di chi l’ha voluto, il glicine continuerà a crescere, può bastare a se stesso e vivere per un centinaio di anni.
Per questo chi è consapevole della sua forza e decide di accoglierlo in giardino lo desidera e insieme lo teme.
Noi abbiamo una Wisteria sinensis Alba, che ho scelto perché la mia vicina Anna, dall’altra parte della nostra siepe di lauroceraso, coltiva la più comune e sempre bellissima Wisteria sinensis di colore azzurro lilla. Immaginavo di guidare le due piante a correre insieme, in un spettacolare intreccio, in alto sopra la siepe, lasciando libero mezzo metro di cielo che avrebbe fatto da sfondo ai grappoli fioriti.
Bisogna ammettere che l’idea è bellissima, ma realizzarla si è rivelata un’impresa. Qui a casa non ne parlo, non mi lamento con nessuno e sopporto le conseguenze del mio sogno di onnipotenza giardiniera.
Basta che mi assenti per qualche giorno e le spire del glicine si lanciano intorno per metri in cerca di appigli. Si agganciano ovunque e incontrano per primi i lunghi getti di una rosa altrettanto incontenibile, la rosa Felicité et Perpétue. Questa, rampicante, viaggia in direzione di tutti i vicini: un albicocco, un ciliegio da fiore, un’alta Deutzia. È come addentrarsi in una giungla.
Il glicine si avvolge a spire in senso antiorario, così strette che districarlo è impossibile e bisogna tagliare.
La regola sarebbe quella di potare due volte. In agosto, con la prima potatura, lasciando circa trenta centimetri di rami nuovi dal ramo portante. E poi con la seconda, più importante e decisa, d’inverno, a gennaio o febbraio, quando la mancanza di foglie consente di vedere bene la struttura della pianta, si lasciano solo due o tre gemme.
Dico “la regola sarebbe” perchè capire come fare con le forbici in mano è tutt’altra cosa.
Per fortuna, se la posizione è assolata, la pianta fiorisce sempre, nonostante le potature maldestre e chi passa si incanta a guardarla, ma chissà come fiorirebbe se fosse potata come si deve.
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