Il ciliegio dolce, Prunus avium, Cerasus avium, ha frutti che variano molto a seconda della varietà, per forma, per colore e per la consistenza della polpa: se di polpa dura sono definiti “ciliegie duracine”, oppure “tenerine”, se sono a pasta molle. Questo fruttifero non ha grandi esigenze né per il clima, né riguardo al tipo di suolo. Perché mai allora in certi giardini non produce!?
Alimenta le speranze con fioriture copiose e scoppiettanti, condanna ad attese fiduciose e poi… niente! Il problema è che il ciliegio non è autofertile, ancor più di altri fruttiferi. Questo significa che ci deve essere nelle vicinanze un ciliegio impollinatore, altrimenti di ciliegie non ci sarà nemmeno l’ombra. Insomma, è una questione di sesso, assai delicata. Le api, per procurarsi nettare e polline, possono percorrere circa tre chilometri, (tuttavia la distanza ideale tra un fruttifero e l’altro non dovrebbe superare i venti metri!) ma se, in tutti i dintorni, i vicini tengono il famoso pratino sempre rasato, circondato da siepi accuratamente potate, con la palma, la magnolia, l’aiuola con le azalee e un rododendro e niente altro, cioè nessuna fioritura, per gli insetti pronubi è davvero dura, e raggiungere la meta, cioè il nostro ciliegio, sarà davvero difficile.
Quindi per stare abbastanza tranquilli bisognerà procurarsi un ciliegio sicuramente autofertile, (conosco solo il Lapins) oppure ficcare il naso nei giardini vicini per scoprire se ci sono altri ciliegi, oppure ancora trovar posto per due piante. Queste dovrebbero naturalmente fiorire nello stesso periodo. Una scelta possibile potrebbe essere il “durone di Vignola “ che ha una fioritura tardiva insieme con il ciliegio” Van” oppure il “Ferrovia “ con Bigarreau Moreau.
Parlo di scelte possibili, ma non le ho provate perché i nostri ciliegi sono innestati sul “franco” si chiama così un selvatico nato da seme. Gli innesti provengono da qualche conoscente che ci ha garantito la bontà dei frutti del proprio albero e ci ha regalato qualche rametto. I ciliegi selvatici nascono qua e là dai nòccioli portati dagli uccelli o sputati poco elegantemente da noi, dopo una scorpacciata di ciliegie. Se non spuntano in posti impossibili non li rimuovo e li accolgo con entusiasmo. Le piante innestate che ne risultano sono molto più robuste e resistenti alla siccità e alle malattie, anche perché non subiscono nessun trauma da trapianto.
Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi [poesia di Pablo Neruda, la quattordicesima della raccolta “Venti poesie d’amore e una canzone disperata” (1924)]
Tu giochi tutti i giorni con la luce dell’universo. Sottile visitatrice, tu vieni nel fiore e nell’acqua. Sei più di questa bianca testolina che stringo ogni giorno tra le mie mani come un grappolo.
A nessuna assomigli da quando ti amo. Lascia che io ti distenda fra le ghirlande gialle. Chi scrive il nome tuo con lettere di fumo tra le stelle del sud? Oh, fammi ricordare come eri allora, quando ancora non esistevi.
D’un tratto il vento ulula e picchia alla mia finestra chiusa. Il cielo è una rete cagliata piena di tetri pesci. Qui vengono a battere tutti i venti, tutti. Già si sveste la pioggia. Passano gli uccelli in fuga.
Il vento. Il vento. Io solo posso battermi contro la forza degli uomini. La bufera fa turbinare le foglie oscure e scioglie tutte le barche che stanotte si sono ancorate in cielo.
Tu sei qui. Oh, tu non scappi. Tu mi risponderai sino all’ultimo grido. Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura. Eppure, qualche volta un’ombra strana è corsa nei tuoi occhi.
E ora, anche ora, tu mi porti, mia piccola, caprifogli, e hai perfino i seni profumati. Mentre il vento triste galoppa e uccide farfalle io ti amo e la mia gioia morde la tua bocca di susina.
Che dolore avrai patito ad assuefarti a me, alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti respingono. Tante volte abbiamo visto ardere la prima stella baciandoci negli occhi e tante volte i crepuscoli girare a ventaglio sulle nostre teste.
Le mie parole su di te sono cadute accarezzandoti. Da tanto tempo ho amato il tuo corpo di aprica madreperla. E ti credo addirittura padrona dell’universo. Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues, nocciole brune, e ceste silvestri di baci. Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi.
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